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di Erasmo D'Angelis

Persino Caio Giulio Cesare, il più grande stratega di tutti i tempi, non riuscì mai a sconfiggere e a domare il Tevere, e anche lui fallì nell’impresa di un lungimirante piano di difesa della Capitale dell’Imperium, liquidato dai suoi architetti come “troppo costoso” e, come i predecessori e gli imperatori successivi, preferì affidarsi al dio Tiberino e alla dea Fortuna.


Roma continuò quindi ad espandersi fino ad oltre un milione di abitanti passando dalla “città di mattoni” alla “città di marmo”, con la massiccia edificazione sull’area fluviale, nella cassa di espansione naturale del fiume dove nell’età augustea c’erano almeno 400 edifici importanti e oltre 9.000 tra case a più piani, botteghe e fulloniche.
Lo sfarzo e potenza della monumentalizzazione dava però solo l’illusione di una città resistente a tutto. Purtroppo, non lo era affatto contro l’avanzata del fiume, e del resto la stessa epica della Fondazione è ancora tramandata dallo storytelling più celebre del mondo basato sul mito dei gemelli Romolo e Remo salvati dalla lupa nel corso di uno straripamento del Tevere.
L’urban sprawl esponeva la città alle piene come quelle del 32, 23, 22 e 13 a.C., quando la valle del Tevere tornava a riempirsi d’acqua, e i morti si contavano a migliaia. E se la Roma antica dava lezioni di cultura della gestione delle acque e di acquedotti e cloache, le inondazioni sempre più drammatiche dipendevano, come scrive Svetonio anche dal fiume che in vari periodi era “da tempo ostruito dai detriti e ristretto per l’estendersi degli edifici”.
Questa condizione, convinse Augusto a istituire la prima Magistratura del Tevere, il curator alvei Tiberis et riparum et cloacarum, con specifiche competenze nella manutenzione dell’alveo, nella pulizia delle rive, nella tenuta degli argini. Nell’area urbana l’alveo venne allargato fino all’ampiezza di 130 metri, si elaboravano piani ambiziosi come la titanica deviazione del Tevere a monte della città, scavando un drizzagno, un nuovo alveo scolmatore che lo deviasse, come immaginava Cesare, ma non se ne fece nulla.

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Modello di Roma in età augustea


Ancora nel 15 d.C., sotto Tiberio, rifecero i conti con la piena descritta da Tacito negli Annales come: “…un’improvvisa inondazione del Tevere, che con uno smisurato ingrossamento, abbattuto il Ponte Sublicio, allagò non solo le parti basse e piane della città, ma anche quelle sicure contro sciagure di tal genere; molti furono trascinati fuori dalla pubblica via, parecchi furono sorpresi nelle osterie e nelle camere da letto. Fra il popolo dilagò la fame, la povertà e la carestia. Le fondamenta dei caseggiati furono danneggiate dalle acque stagnanti”. In quella tragedia, l’imperatore Tiberio incaricò due commissari di rango consolare, Ateio Capitone e Lucio Arrunzio, di trovare una soluzione per proteggere Roma. I due capirono che era impossibile difendere senza ridurre o deviare le portate dei suoi affluenti umbri, e soprattutto il Paglia che confluiva nel Tevere nei pressi di Orvieto dopo aver ricevuto l’acqua di altri fiumi dell’Etruria. Presentarono un piano faraonico che prevedeva la deviazione del Clanis aretino, grosso affluente del Paglia, nell’Arno, ma sarebbe stata cancellata la giovane Florentia, nata nel 59 a.C.. Progettarono sbarramenti e dighe lungo il corso di altri due possenti fiumi che gonfiano il Tevere, la Nera e il Velino, per frazionarli in una molteplicità di canali, ma la nuova idrografia prevedeva l’allagamento delle valli di Reate e Interamnes, trasformando le fertilissime pianure del reatino e del ternano in due giganteschi acquitrini.
I progettisti ricevettero il primo via libera da Tiberio e dal Senato, ma nessuno aveva fatto i conti con la rabbia delle colonie e dei Municipia penalizzati. Questi si organizzarono per combattere la prima battaglia della nostra storia con al centro la difesa dei fiumi e dai fiumi. Se Roma provava a salvarsi, anche gli Asterix delle colonie avevano lo stesso obiettivo. E i delegati di quei territori giunsero a Roma e spiegarono le proprie ragioni ai senatori. Si appellarono alla sacralità delle acque e alla religione degli antichi socii legati al culto dei fiumi patrii. Ricordarono che grazie al Chiani il Tevere trasferiva a Roma un flusso ininterrotto di legname dal Casentino.
I senatori, spiazzati, si confrontarono in un lungo dibattito. La conclusione la racconta il soddisfatto Tacito, nativo dell'antica Terni: “...i rappresentanti dei municipi e delle colonie, pregavano che il Chiana non fosse deviato dall'alveo consueto e trasferito nell'Arno perché ciò sarebbe stato di grave danno […] sarebbero andati in rovina i campi più fertili d'Italia se il Nera, separato in canali vi avesse stagnato sopra con allagamenti […] rifiutavano di ostruire il lago Velino che si getta nel Nera, perché allora avrebbe dilagato nelle terre circostanti. La natura aveva ottimamente provveduto alle umane esigenze quando aveva dato ai fiumi il loro corso e, come aveva dato le sorgenti così gli sbocchi; si dovevano poi rispettare anche i culti degli alleati che avevano dedicato ai fiumi patrii riti, boschi, altari […]. Fossero le preghiere delle colonie, o la difficoltà dell'impresa o il sentimento religioso, certo è che prevalse il parere di Pisone, che aveva espresso l'opinione di non far nulla di tutto ciò”.
Gli architetti e gli ingegneri ripiegarono allora su un colossale sbarramento per impedire che il Chiana sboccasse nel Paglia: il “Muro Grosso”. Venne innalzato nella zona di Fabro Scalo, ai tempi di Nerone, nel 65 d.C., e quel lungo e massiccio sbarramento spezzò il Clanis in due tronconi separati dall’immenso acquitrino generato dal rigurgito del fiume nel fondovalle. Da allora la Val di Chiana diventò palude, e “regione insalubre” fino alle bonifiche leopoldine e papaline dell’Ottocento.
Ma Roma continuava ad allagarsi, e nemmeno i papi erano mai riusciti a far partire progetti e piani che pure pervenivano in Vaticano firmati da illustri sapienti che prevedevano di deviare e fermare a monte della città le acque di piena. Sui muri della Roma antica basta alzare lo sguardo per scoprire 90 lapidi e manine incastonate sulle facciate di chiese e palazzi storici. Raccontano terribili piene che superavano all’idrometro di Ripetta anche i 16 metri sopra lo zero idrometrico. La più antica è sulla facciata della chiesa della Traspontina e risale al 2 febbraio 1230. Le più recenti si riferiscono alle grandi esondazioni del 1870, del 1900 e del 17 dicembre 1937, ricordata sulla facciata della chiesa di San Bartolomeo, sull’Isola Tiberina.


Nel solo Ottocento il Tevere a pelo d’acqua uscì dalle sponde fra il 30 gennaio e il 2 febbraio 1805 a 16,42 metri e allagò l’intera area urbana, il 10 dicembre 1846 quando fece segnare i 16,25 metri, e nel tremendo 28 dicembre 1870 quando arrivò con una portata di 3.300 metri cubi al secondo e fu un nuovo cataclisma a cento giorni dalla “breccia” di Porta Pia. Il fiume ruppe i troppo fragili argini dopo giorni di nubifragi e dilagò con violenza nei rioni popolari. Scavalcò Ponte Milvio e trascinò nei gorghi anche la prima stazione idrometrica italiana, montata a Ripetta nel 1781 dall’Accademia meteorologica di Mannheim. Raggiunse l’impressionante altezza di 18,45 metri.

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Piena del Tevere del 1870 (Museo di Roma, Archivio Fotografico) 


La nuova Capitale dell’Italia offriva al mondo una pessima immagine di sé. Nessuno, nemmeno la potenza della Chiesa, era riuscito a sottrarla alla condanna degli allagamenti o quantomeno a ridurne gli effetti. E allora, per difenderla, scese in campo il Generale e deputato Giuseppe Garibaldi. Nelle tragiche ore della grande alluvione del 1870, giurò di tornare in battaglia “con feroce passione” e, davanti al Governo del re guidato da Giovanni Lanza, prese un impegno solenne, come davanti ai romani alluvionati. Annunciò che avrebbe fatto aprire i cantieri per rendere il fiume più sicuro. Spinse il governo ad affidarsi ad una commissione per valutare i progetti di difesa e il 1° gennaio 1871, il ministro dei Lavori pubblici, Giuseppe Gadda, nominò 12 esperti. Sul loro tavolo giunsero diversi piani, tra cui il progetto firmato da Garibaldi e elaborato con alcuni ingegneri garibaldini che con una spesa di 60 milioni prevedeva lo scavo di un canale diversivo di 17 chilometri e largo 60 metri che avrebbe deviato il Tevere dall’alveo naturale aggirando la Capitale da Est, più o meno all’altezza di Serpentara, sulla via Salaria, riprendendo il vecchio corso oltre San Paolo. Dopo quasi un anno di verifiche e approfondimenti, il 7 dicembre 1871 i Commissari approvarono invece il progetto, altrettanto colossale, degli ingegneri Raffaele Canevari e Angelo Vescovali, per la “Sistemazione del tronco urbano del Tevere con sponde murate e Lungotevere e fognoni per gli scoli della città”. Sono gli alti muraglioni di travertino che vediamo oggi, abbastanza alti da riuscire a contenere la piena fino ad allora considerata più imponente, quella del 28 dicembre 1870. Era la canalizzazione del corso urbano del fiume con la costruzione sulle due sponde di 18 chilometri di muraglioni alti 15 metri, dei nuovi lungotevere, di 31,7 chilometri di arginature di cui 16.5 in sponda destra e 15.2 in sponda sinistra, e 14 chilometri di altri argini.
Una volta approvato il progetto, però, passarono giorni, mesi e anni, e il governo continuava a ritardare il finanziamento. Garibaldi perse la pazienza, e il 26 maggio 1875, narrano le cronache parlamentari, con tono di voce “di natura leonina”, nel silenzio generale dell’Aula “prorompendo con quell’ardore e con quella vigorosa forza impulsiva con la quale guidò le schiere dei liberatori della Patria in tante gloriose pugne”, chiarì a tutti che la salvezza di Roma sarebbe stata “fino alla fine l’ideale di tutta la mia vita”. E quasi gridando in faccia ai ministri e ai colleghi, disse: “Signori! La città di Roma, la capitale d’Italia, la sede del Governo e del Parlamento d’una giovane nazione che seppe conquistare in pochi anni la sua unità, ogni anno è funestata dalle inondazioni del Tevere che corrompono l’aria e rendono il clima insalubre per una parte dell’anno. Quando poi arrivano le piene straordinarie due terzi della città rimane allagata. Il danno fisico ove non fosse rimosso, sarebbe ben presto un danno alla vita politica del paese tutto. Il Governo si è preoccupato di questa grave questione, e una Commissione da esso nominata ne fece oggetto dei suoi studi; ma nessuna conclusione pratica venne finora adottata. È singolare, o signori [...] vedere un fiume che scorre sregolato, senza difesa alle sue sponde, lasciando interamente in balìa delle sue acque perfino una grande città, capitale dello Stato [...] la sistemazione del Tevere si è presentata al mio pensiero come una necessità urgente”.
Anche il che fare era molto chiaro: “Occorre innanzi tutto, o signori, che il Parlamento autorizzi l’opera, la dichiari di pubblica utilità, determini la spesa e le basi sulle quali deve essere ripartita. Senza di ciò sarebbe vano ogni studio ed ogni cura ulteriore [...]. Questo lavoro ridurrà il fiume per modo che, invece di quel Tevere minaccioso, devastatore, che spaventa i due terzi della popolazione romana, e le porta di volta in volta danni enormi, avremo un Tevere benefico, un Tevere che sarà una grande arteria che attraverserà e darà nuova vita alla città, coi suoi magnifici lungoteveri, e che migliorerà l’igiene pubblica, e compirà una linea di navigazione a vantaggio dell’industria e del commercio”.
Tutti concordarono, ma a parole, con la sua proposta di legge n. 2583 dal titolo: Opere idrauliche per preservare la città di Roma dalle inondazioni del Tevere. Ma visto che nessuno dava ancora certezze sui finanziamenti, il giorno dopo, fuori dal Parlamento, radunò una folla di romani, esortando tutti a essere “Seri, seri, seri e fermi!”. Solo allora diedero il via alle procedure.
Il 23 novembre 1875 il progetto arrivò al Consiglio superiore dei Lavori pubblici; appena sei giorni dopo fu approvato. Il cantiere del Tevere fu aperto il 3 dicembre 1876, e durò la bellezza di circa mezzo secolo per concludere la quasi totalità delle opere nel 1926, con l'ultimo tratto in destra finito nel 1948.
I muraglioni dotarono la città di solide difese strutturali. Sparì per sempre però una parte di Roma, con tutta la sua atmosfera. Gli alti argini imbrigliarono il Tevere da Ponte Milvio a San Paolo, demolendo tutto ciò che era stato edificato sul tracciato, e modificando radicalmente il rapporto tra la città e le sue acque. L’opera avanzò a costo di chilometri di demolizioni lineari di edifici e strutture a ridosso del fiume, compresi gli antichi scali di Ripetta e di Ripa Grande, teatri storici come l’Apollo, la Loggia della Farnesina, ville e giardini, porzioni di quartieri medievali, piazzette e vie da dove migliaia di famiglie furono sradicate ed espulse verso le nuove borgate di periferia.
L’alveo fu rimodellato e uniformato al percorso del massiccio lungo muro, fu dato al letto un’ampiezza di circa 100 metri, rettificando parte del corso e creando curve più morbide sotto i nuovi lungotevere. Intervennero anche sui ponti.

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Cantiere dei Muraglioni aperto il3 dicembre 1876 e concluso del 1948 (Museo di Roma, Archivio Fotografico)


Roma venne ridisegnata e ampliata con 3 piani regolatori e 8 leggi speciali, e l’urbanistica appaltata anche ad affaristi e speculatori attratti come mosche da “fuori piano” con incorporate varianti, modifiche e deroghe che resero impossibile un coerente disegno urbano e il rispetto per le rive e le golene del fiume che connotava i progetti del sindaco Ernesto Nathan, che varò il nuovo piano regolatore il 10 febbraio 1909, in cui si prospettavano investimenti per costruire fogne, scuole, strade, condutture idriche e, con l’ingegnere Edmondo Sanjust di Teulada, provò a dare alla Capitale un respiro europeo. Ma durò poco. La città fu ridisegnata da una espansione urbana oltre ogni limite e precauzione, che i progettisti dei muraglioni non avrebbero potuto immaginare.
Nel XX secolo sono state 28 le piene eccezionali, di cui tre straordinarie. Tutte provocarono danni. La piena del 2 dicembre 1900 resta la più imponente del secolo, con portata di 3.300 metri cubi al secondo e altezza di 16,17 metri. Non sommerse la città storica, dove provocò allagamenti attraverso rigurgiti di fogne, ma l’intera valle tiberina da San Paolo al mare, che allora era tutta campagna, compresa la tenuta di Maccarese. Anche la replica del 15 febbraio 1915 vide le acque a 16,08 metri con portata di 3.160 metri cubi al secondo. Se nell’area urbana il Tevere fu per la prima volta contenuta dai muraglioni, sommerse invece nuovamente le campagne fino al mare. Altre due alluvioni, nel 1929 e nel 1934, dimostrarono la tenuta rispetto al passato dei nuovi argini del Tevere ma le campagne furono allagate. L’allarme risuonò più forte con l’evento di piena con portate eccezionali a 2.800 metri cubi al secondo, che colpì Roma il 17 dicembre 1937, il primo raccontato dal Cinegiornale Luce che raggiunse i 16,90 metri. L’acqua dilagò da Ponte Milvio alla via Portuense alla Magliana. Allagò anche il centro storico, anche se i muri di sponda contennero gran parte della portata. Ma tutta la campagna circostante si trasformò in un immenso lago, dove per giorni si andava soltanto in barca.


Con decreto del Ministero dei Lavori pubblici datato 28 febbraio 1938, il regime fascista nominò una commissione di tecnici. Questi prospettarono la realizzazione del drizzagno di Spinaceto, il canale idraulico che accorciò il percorso del fiume a valle, accelerando il deflusso e accorciando il fiume di 2.700 metri. Lo inaugurò il 12 agosto 1940 lo stesso Mussolini e il drizzagno fu “collaudato” nella piena del 5-6 febbraio 1947, con portata di poco inferiore a quelle di dieci anni prima, a quota 14,60.
Ma Roma resta in balia della complessa idrologia che confluisce nel Tevere: .ben 42 corsi d’acqua, e di questi 20 fiumi e torrenti come il Chiascio, il Nestore, il Nera, il Paglia e l’Aniene, ognuno dei quali riceve altri affluenti.
La documentazione storica, gli studi, le simulazioni e le proiezioni, i dati satellitari e lo screening fluviale del team guidato dall’ingegnere Carlo Ferranti dirigente dell’Autorità di Distretto, danno il seguente quadro di probabilità di piene: tempi di ritorno di 10 anni con portate da 1700 a 2000 metri cubi al secondo, di 100 anni da 2000 a 3000, di 200 anni da 3000 a 4000, di 500 anni da 4000 a 5000 metri cubi al secondo. È evidente che l’accelerazione del riscaldamento globale ha reso oggi teorici i calcoli scientifici e idrologici. Sappiamo però che nel calcolo del rischio, sono 235 i chilometri sui 405 dell’intero Tevere a rischio allagamento, compreso l’attraversamento di Roma per 52 km.


Per la propria difesa, la Capitale fa oggi affidamento su sbarramenti con bacini e traverse costruite per scopi idroelettrici: a Castel Giubileo nel 1952, a Nazzano nel 1956, a Ponte Felice nel 1961, a Corbara nel 1962, ad Alviano nel 1964 e a Montedoglio nel 1992. Non bastano. A Roma è tornata più volte la paura delle piene. Se tra le recenti quella del 7 dicembre 2005 ha avuto una portata di 1400 metri cubi al secondo e un livello idrometrico di 11,4 metri, problemi più seri si sono avuti l’11 dicembre 2008 quando la violenza del Tevere ha strappato dagli ormeggi alcuni barconi e una motonave galleggiante ancorati alla meglio e, dopo averli sballottati, li ha incastrati sotto Ponte Sant'Angelo in un groviglio di legni e lamiere. Il possibile allagamento di Roma venne scongiurato solo grazie a una ardita e complessa operazione di Protezione Civile guidata allora da Guido Bersolaso, che riuscì al fotofinish a liberare le arcate, ma erano pronti a far saltare parte del ponte storico.
Ci sono state poi la piena del novembre 2012 che portò di colpo da 5 a 13 metri il livello dell’acqua, e quella del 30 gennaio 2014 quando le aree di Ponte Galeria, Prima Porta e Labaro si allagarono con il Tevere a 1800 metri cubi al secondo e lo straripamento della Marrana di Labaro con centinaia di famiglie sfollate.


Nessun evento, fortunatamente, ha però superato la piena massima di riferimento del sistema di difesa del centro storico: le temute “Tipologia 1870” e “Tipologia 1937”. E’ l’incubo esondazione. La simulazione e la modellistica dell’Autorità di Distretto mostrano allagamenti e aree sommerse da nord a Castel Giubileo e a Ponte Milvio fino a Ostia e Fiumicino. Il sistema idraulico dei muraglioni, infatti, difende il centro storico ma non ha risolto il “nodo” di Ponte Milvio, da sempre la strettoia-ostacolo al deflusso che permette il passaggio fino a portate estreme sotto i 2500 metri cubi al secondo, dopodiché il Tevere può saltare gli argini e irrompere a sinistra allagando il Foro Italico e a destra il quartiere Flaminio e le aree di Tor di Quinto e della Farnesina, coprendo d’acqua le zone di piazza Mazzini e altre del quartiere Prati, aree verso San Pietro e Trastevere e, in condizioni eccezionali, inondare piazza del Popolo e da lì invadere buona parte del centro, dove l’onda proseguirebbe verso il Pantheon, per via del Corso, Ripetta e Piazza Venezia, allagando Largo Argentina e il centro antico.
Alla foce del Tevere un’altra ampia porzione a rischio comprende quasi tutta Fiumicino fino all'Aeroporto "Leonardo da Vinci" e, in sinistra, la Fiumara Grande e gran parte di Ostia, che l’acqua raggiungerebbe dopo aver allagato l’Eur-Torrino, Tor di Valle, Acilia, Infernetto, Casal Palocco.
Anche l'Aniene gonfiato oltremisura manderebbe sott’acqua parte della Tiburtina fra San Basilio e Rebibbia, alcune zone di Casal de’ Pazzi e Montesacro, e ulteriori danni li farebbero i dodici fossi e rii, corsi d'acqua minori che in ambito metropolitano segnalano altre zone esondabili: Crémera in località Labaro, Crescenza in località Due Ponti, Malafede in località Vitinia, Vallerano in località Mostacciano, Galeria in corrispondenza del ponte ferroviario Roma-Genova, i fossi della Magliana, Acquatraversa, di Pratolungo, dei Prati, della Freghisia, dell’Osa, di Tor Sapienza, della Caffarella.


Le cartografie aggiornate dell’Autorità mostrano chiaramente un elevato livello di rischio, dovuto non solo alla naturale conformazione idrografica ma anche alla scomparsa di oltre la metà del fitto reticolo idraulico, circa 700 chilometri di idrovie urbane preziosissime per lo scolo dell’acqua di pioggia o di possibili piccole esondazioni tra fossati e canali a cielo aperto. Motivo: negli ultimi decenni sono state progressivamente tombate non solo dal cemento, ma da sversamenti di rifiuti di ogni tipo e da vegetazione spontanea cresciuta senza alcuna manutenzione. Queste idrovie non svolgono più le funzioni idrauliche indispensabili, e dovrebbero essere ripristinate e gestite con interventi di manutenzione costanti e ordinaria, mettendo in pista i Consorzi di Bonifica con nuovi ruoli e compiti. Nel frattempo, l’Autorità di Distretto ha iniziato a fare manutenzioni in via straordinaria su circa 70 km di vie d’acqua in aree più rischiose con risorse (10 milioni di euro) messe a disposizione dal Ministero dell’Ambiente e messe a gara da Invitalia.
Il rischio piena e allagamenti riguarda un territorio metropolitano molto vasto, di 1135 ettari, dove vivono e lavorano circa 300 mila persone, in zone densamente abitate e con un patrimonio di testimonianze storiche e artistiche uniche. Roma ha urgente bisogno di opere e interventi. Con i Comuni e la Regione Lazio sono state individuato le opere necessarie. L’investimento complessivo per garantire nell’arco temporale di 10 anni l’impresa della prevenzione e della massima sicurezza possibile dal rischio idrogeologico nell’area urbana fino alla foce di Fiumicino, è stato calcolato pari a 871 milioni per realizzare 155 interventi di varia tipologia, dalle casse di espansione o aree di laminazione alle arginature. A questo valore vanno aggiunti almeno 15 milioni l’anno per gestire la manutenzione ordinaria e tenere in efficienza vie d’acqua come canali e fossi interni all’area urbana. Ma serve anche e soprattutto l’Opera Maxima: un sistema di invasi nelle aree tra Lazio e Umbria e dell’orvietano devastato periodicamente dalle piene del Paglia. E’ questa la pianificazione condivisa e partecipata di un nuovo modello che prevede sinergie, integrazioni e interconnessioni finanziato dal Ministero delle Infrastrutture. Possiamo oggi avviare la progettazione per rendere più sicuro e fruibile anche il Paglia che confluisce nel Tevere a valle del lago-diga di Corbara, tra Orvieto e Baschi, dopo aver percorso dal Monte Amiata circa 86 km attraversando Toscana, Lazio e Umbria. L’ultima sua alluvione devastante del 12 novembre 2012 ha visto sommersa la Maremma grossetana e parte dell'Umbria nella zona di Orvieto e di Perugia, e nel Lazio la provincia di Viterbo. Prima della confluenza con il Tevere toccò un livello di 10,20 metri, allagando completamente tutta la piana orvietana e causando seri danni all'economia locale.

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Mappa delle aree esondabili nell'attraversamento del Tevere 


Bisogna riuscire a fermare nei “laghi della tranquillità” almeno 50 milioni di metri cubi di acqua di piena che altrimenti entrerebbero nelle aree urbane e a Roma, come è sempre accaduto.
Per questa opera avvieremo un “Dibattito Pubblico” nei 16 Comuni del Paglia per una nuova progettazione lungo l’asta del fiume, con progetti di fruibilità e reti ecologiche. Insieme alle Regioni Umbria, Lazio e Toscana, inizierà il lavoro di difesa idrogeologica e di tutela ambientale atteso da decenni.


 

Data di ultima modifica: 21/07/2020
Data di pubblicazione: 21/07/2020